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All auctions / Arts & Graphics / La Gorgone, 1990 - Philippe Artias (Feurs, 1912 - Numana, 2002)

La Gorgone, 1990 - Philippe Artias (Feurs, 1912 - Numana, 2002)
57d 21hITArt La Rosa

La Gorgone, 1990 - Philippe Artias (Feurs, 1912 - Numana, 2002)

La Gorgone, 1990 - Philippe Artias (Feurs, 1912 - Numana, 2002)

paintings antiques Terracotta invetriata diam. cm 42 Autodidatta, Artias si avvicina alla pittura negli anni Trenta: la sua opera s’avvia all’incontro folgorante Matisse e Picasso dopo «aver corrisposto a lungo con André Lhote». Poi la Guerra e la militanza dell’artista nelle fila della Resistenza francese (per il valore ed il coraggio dimostrati, sarà nominato a ricevere la Legion d’Onore: rifiuterà l’alta onorificenza proponendo che sia un ex sindacalista, Marchadier, di ritorno da Buchenwald a riceverla al suo posto).Dopo la guerra e un tempo non breve d’interesse per l’Espressionismo tedesco, Artias raggiunge un punto centrale della sua arte nella necessità di esprimersi partendo da un pretesto figurativo per guardare a una realtà da restituire in termini appassionati. Termini che lo distanziano tanto dall’astrazione lirica o geometrica quanto dalla nuova pittura realista impegnata politicamente e socialmente di Bazaine, Estève, Pignon (con cui pure avrà un rapporto di fraterna amicizia). Mentre la Scuola di Parigi rifiuterà ogni contaminazione con quella newyorkese dei Pollock, Newman e De Kooning, Artias sceglierà di partire letteralmente alla ricerca di Picasso. L’incontro col Malagueño avviene in Provenza, a Vallauris, dove Artias si stabilisce nel 1948 frequentando il laboratorio e la residenza del Maestro per i successivi cinque anni. Si tratta di un’opportunità unica che rivoluzionerà totalmente la parabola artistica di Artias, per lo meno nell’approccio alla pittura. «Eravamo circa una decina nella stanza quando mi presentarono al Maestro. Lui venne verso di me e mi chiese che stessi facendo, che sperava di poter vedere quel che stavo preparando. Avevo portato dei disegni con me, lui li esaminò ripetendo sempre lo stesso ‘Ah! Va bene! Ah! Va bene!’. Questo non significava assolutamente nulla, perché - lo scoprii solo frequentandolo - lui vedeva ciò che lui stesso avrebbe fatto, e non aveva niente a che vedere con ciò che avevo fatto io. Ricordo che ad un certo punto, gli ho mostrato dei disegni che erano parti di scrittura su una sinfonia di Beethoven. Erano assolutamente astratti, e si è divertito molto. Ripeteva: ‘È interessante, è interessante’. Mi domandò: ‘Che cosa fa? Vende i suoi dipinti?’. Poiché i miei dipinti erano praticamente inesistenti, gli risposi che no, non ne vendevo. E lui: ‘Allora come vivete?’. E io di rimando: ‘Eh, con difficoltà’. Allora mi propose di farmi entrare in una fabbrica di ceramiche: ‘Non vende i suoi disegni su carta, ma se fa gli stessi disegni su un piatto, la gente li acquisterà’». E così fu. Prima in Francia e poi nel suo periodo marchigiano, in Italia, Philippe Artias sperimenterà con grande trasporto - e notevoli riscontri commerciali - la pittura su ceramica. Troverà il vaso, il piatto, la brocca più adatti al proprio segno; non interverrà, dunque, sulla forma esterna del supporto, concentrando viceversa tutta la sua espressività sul solo colore appassionato e generoso, sulle forme irregolari del suo complesso mondo d'immagini. Anche in ceramica procederà per cicli, così che il tema possa essere rappresentato per riflessioni successive, per continui approfondimenti. Di conseguenza alcune serie sono strettamente imparentate con la pittura più nota di Artias: La famiglia reale. I volti. I volti smerlati. I nudi. La strada. «Si direbbe che l’autore ami delle antiche tecniche ceramiche il risultato folgorante, il prodotto del fuoco e degli smalti, la sorpresa dell'immagine che s'invera su supporti diversi dalla tela e dal foglio. Davanti a queste opere (…) veloci nell'esecuzione, cariche di abbondante colore, sorprende la vitalità inesausta del maestro che con il suo talento ha attraversato gran parte del secolo, guardando alla storia della pittura senza rinunciare ad esplorare, con ottimismo, il futuro. Nel suo messaggio, dato per tele e per fogli, ed ora con ceramiche rigogliose, s'avverte un’adesione continua al valore della figura, al profondo significato della presenza dell’uomo, con le sue malinconie, col suo dolore: la sua difficile, manon impossibile presenza nel mondo» (Mario Quesada). Il quinquennio a Valluris si trasformerà in una sorta di rampa di lancio artistica per Artias che riprenderà il tema del paesaggio, poi del nudo ed infine del nudo-paesaggio permettendogli di fondere il continuo divenire della natura con l’essere umano in movimento. Queste opere saranno esposte in Svizzera e a Parigi. Ininterrottamente dal 1950 al 1973 l’opera di Artias è presente al Salon de Mai. Nel 1963 inizia i primi studi sulla Famiglia Reale di Goya, grande ciclo pittorico terminato negli anni ’80 che comprende oltre 30 oli e 200 acquarelli preparatori. Nel 1964 vince il Gran Premio della pittura di Avignone presentando opere dedicate alla Rivoluzione Francese e alla figura di Robespierre. Negli anni successivi espone a Stoccolma, Neuchatel e in numerose località del Giappone. Presenta inoltre una mostra itinerante in 14 città degli Stati Uniti (Serie New York), cui fanno seguito mostre a Basilea, Ginevra, Londra, Parigi, Los Angeles. Alla fine degli anni ’60 si avvicina allo studio della sensualità femminile che diverrà poi negli anni a seguire lo studio dell’erotismo del corpo. Negli anni ’70 inizia ad utilizzare i colori piatti, tecnica pittorica che Artias chiamerà «La ricerca dell’equilibrio tra la forma e il colore». Dal 1976 trascorre lunghi periodi in Italia. La scoperta dell’architettura nonché dei grandi pittori italiani del Quattrocento, lo portano a dipingere una serie di opere dedicate a Roma e Venezia. Non solo le città attraggono il suo sguardo, ma anche il paesaggio e nascono così Le Spiaggie e I Paesaggi. All’inizio degli anni ’80 intraprende un lungo ciclo dal titolo Geotema in cui realizza tutte le combinazioni nate dalla geometria (ragione) sovrapposte al corpo nudo femminile (emozione). I ’90 sono densi di riconoscimenti: Mostra al Carré des Arts di Parigi, Mostra al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, Mostra al Petit Palais di Ginevra, invito nel 1996 dell’Unesco a Parigi, insieme a 100 artisti scelti in tutto il mondo. Nel 1997 viene insignito della massima onorificenza francese, la Legion d’Onore, questa volta per meriti artistici. Nel 2000, primo tra gli artisti contemporanei, espone in Cina al Museo Nazionale dell'Arte Cinese di Pechino. La sua arte vive nei Musei del mondo; sue opere sono stabilmente esposte a Parigi, Ginevra, Pechino, Dunkerque, San Paolo del Brasile, Ferrara, Neuchatel, Saint-Etienne, Città del Messico, Avignone, Abidjan, Teheran, Urbino. Terracotta invetriata, diam. cm 42, Autodidatta, Artias si avvicina alla pittura negli anni Trenta: la sua opera s’avvia all’incontro folgorante Matisse e Picasso dopo «aver corrisposto a lungo con André Lhote». Poi la Guerra e la militanza dell’artista nelle fila della Resistenza francese (per il valore ed il coraggio dimostrati, sarà nominato a ricevere la Legion d’Onore: rifiuterà l’alta onorificenza proponendo che sia un ex sindacalista, Marchadier, di ritorno da Buchenwald a riceverla al suo posto).Dopo la guerra e un tempo non breve d’interesse per l’Espressionismo tedesco, Artias raggiunge un punto centrale della sua arte nella necessità di esprimersi partendo da un pretesto figurativo per guardare a una realtà da restituire in termini appassionati. Termini che lo distanziano tanto dall’astrazione lirica o geometrica quanto dalla nuova pittura realista impegnata politicamente e socialmente di Bazaine, Estève, Pignon (con cui pure avrà un rapporto di fraterna amicizia). Mentre la Scuola di Parigi rifiuterà ogni contaminazione con quella newyorkese dei Pollock, Newman e De Kooning, Artias sceglierà di partire letteralmente alla ricerca di Picasso. L’incontro col Malagueño avviene in Provenza, a Vallauris, dove Artias si stabilisce nel 1948 frequentando il laboratorio e la residenza del Maestro per i successivi cinque anni. Si tratta di un’opportunità unica che rivoluzionerà totalmente la parabola artistica di Artias, per lo meno nell’approccio alla pittura. «Eravamo circa una decina nella stanza quando mi presentarono al Maestro. Lui venne verso di me e mi chiese che stessi facendo, che sperava di poter vedere quel che stavo preparando. Avevo portato dei disegni con me, lui li esaminò ripetendo sempre lo stesso ‘Ah! Va bene! Ah! Va bene!’. Questo non significava assolutamente nulla, perché - lo scoprii solo frequentandolo - lui vedeva ciò che lui stesso avrebbe fatto, e non aveva niente a che vedere con ciò che avevo fatto io. Ricordo che ad un certo punto, gli ho mostrato dei disegni che erano parti di scrittura su una sinfonia di Beethoven. Erano assolutamente astratti, e si è divertito molto. Ripeteva: ‘È interessante, è interessante’. Mi domandò: ‘Che cosa fa? Vende i suoi dipinti?’. Poiché i miei dipinti erano praticamente inesistenti, gli risposi che no, non ne vendevo. E lui: ‘Allora come vivete?’. E io di rimando: ‘Eh, con difficoltà’. Allora mi propose di farmi entrare in una fabbrica di ceramiche: ‘Non vende i suoi disegni su carta, ma se fa gli stessi disegni su un piatto, la gente li acquisterà’». E così fu. Prima in Francia e poi nel suo periodo marchigiano, in Italia, Philippe Artias sperimenterà con grande trasporto - e notevoli riscontri commerciali - la pittura su ceramica. Troverà il vaso, il piatto, la brocca più adatti al proprio segno; non interverrà, dunque, sulla forma esterna del supporto, concentrando viceversa tutta la sua espressività sul solo colore appassionato e generoso, sulle forme irregolari del suo complesso mondo d'immagini. Anche in ceramica procederà per cicli, così che il tema possa essere rappresentato per riflessioni successive, per continui approfondimenti. Di conseguenza alcune serie sono strettamente imparentate con la pittura più nota di Artias: La famiglia reale. I volti. I volti smerlati. I nudi. La strada. «Si direbbe che l’autore ami delle antiche tecniche ceramiche il risultato folgorante, il prodotto del fuoco e degli smalti, la sorpresa dell'immagine che s'invera su supporti diversi dalla tela e dal foglio. Davanti a queste opere (…) veloci nell'esecuzione, cariche di abbondante colore, sorprende la vitalità inesausta del maestro che con il suo talento ha attraversato gran parte del secolo, guardando alla storia della pittura senza rinunciare ad esplorare, con ottimismo, il futuro. Nel suo messaggio, dato per tele e per fogli, ed ora con ceramiche rigogliose, s'avverte un’adesione continua al valore della figura, al profondo significato della presenza dell’uomo, con le sue malinconie, col suo dolore: la sua difficile, manon impossibile presenza nel mondo» (Mario Quesada). Il quinquennio a Valluris si trasformerà in una sorta di rampa di lancio artistica per Artias che riprenderà il tema del paesaggio, poi del nudo ed infine del nudo-paesaggio permettendogli di fondere il continuo divenire della natura con l’essere umano in movimento. Queste opere saranno esposte in Svizzera e a Parigi. Ininterrottamente dal 1950 al 1973 l’opera di Artias è presente al Salon de Mai. Nel 1963 inizia i primi studi sulla Famiglia Reale di Goya, grande ciclo pittorico terminato negli anni ’80 che comprende oltre 30 oli e 200 acquarelli preparatori. Nel 1964 vince il Gran Premio della pittura di Avignone presentando opere dedicate alla Rivoluzione Francese e alla figura di Robespierre. Negli anni successivi espone a Stoccolma, Neuchatel e in numerose località del Giappone. Presenta inoltre una mostra itinerante in 14 città degli Stati Uniti (Serie New York), cui fanno seguito mostre a Basilea, Ginevra, Londra, Parigi, Los Angeles. Alla fine degli anni ’60 si avvicina allo studio della sensualità femminile che diverrà poi negli anni a seguire lo studio dell’erotismo del corpo. Negli anni ’70 inizia ad utilizzare i colori piatti, tecnica pittorica che Artias chiamerà «La ricerca dell’equilibrio tra la forma e il colore». Dal 1976 trascorre lunghi periodi in Italia. La scoperta dell’architettura nonché dei grandi pittori italiani del Quattrocento, lo portano a dipingere una serie di opere dedicate a Roma e Venezia. Non solo le città attraggono il suo sguardo, ma anche il paesaggio e nascono così Le Spiaggie e I Paesaggi. All’inizio degli anni ’80 intraprende un lungo ciclo dal titolo Geotema in cui realizza tutte le combinazioni nate dalla geometria (ragione) sovrapposte al corpo nudo femminile (emozione). I ’90 sono densi di riconoscimenti: Mostra al Carré des Arts di Parigi, Mostra al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, Mostra al Petit Palais di Ginevra, invito nel 1996 dell’Unesco a Parigi, insieme a 100 artisti scelti in tutto il mondo. Nel 1997 viene insignito della massima onorificenza francese, la Legion d’Onore, questa volta per meriti artistici. Nel 2000, primo tra gli artisti contemporanei, espone in Cina al Museo Nazionale dell'Arte Cinese di Pechino. La sua arte vive nei Musei del mondo; sue opere sono stabilmente esposte a Parigi, Ginevra, Pechino, Dunkerque, San Paolo del Brasile, Ferrara, Neuchatel, Saint-Etienne, Città del Messico, Avignone, Abidjan, Teheran, Urbino. folgorante Matisse e Picasso dopo «aver corrisposto a lungo con André Lhote». Poi la Guerra, e la militanza dell’artista nelle fila della Resistenza francese (per il valore ed il coraggio, dimostrati, sarà nominato a ricevere la Legion d’Onore: rifiuterà l’alta onorificenza, proponendo che sia un ex sindacalista, Marchadier, di ritorno da Buchenwald a riceverla al, suo posto). Dopo la guerra e un tempo non breve d’interesse per l’Espressionismo tedesco, Artias raggiunge un punto centrale della sua arte nella necessità di esprimersi partendo da un pretesto figurativo per guardare a una realtà da restituire in termini appassionati. Termini che lo distanziano tanto dall’astrazione lirica o geometrica quanto dalla nuova pittura realista impegnata politicamente e socialmente di Bazaine, Estève, Pignon (con cui pure avrà un rapporto di fraterna amicizia). Mentre la Scuola di Parigi rifiuterà ogni contaminazione con quella newyorkese dei Pollock, Newman e De Kooning, Artias sceglierà di partire letteralmente alla ricerca di Picasso. L’incontro col Malagueño avviene in Provenza, a Vallauris, dove Artias si stabilisce nel 1948 frequentando il laboratorio e la residenza del Maestro per i successivi cinque anni. Si tratta di un’opportunità unica che rivoluzionerà totalmente la parabola artistica di Artias, per lo meno nell’approccio alla pittura. raggiunge un punto centrale della sua arte nella necessità di esprimersi partendo da un pretesto figurativo per guardare a una realtà da restituire in termini appassionati. Termini che, lo distanziano tanto dall’astrazione lirica o geometrica quanto dalla nuova pittura realista, impegnata politicamente e socialmente di Bazaine, Estève, Pignon (con cui pure avrà un, rapporto di fraterna amicizia). Mentre la Scuola di Parigi rifiuterà ogni contaminazione con, quella newyorkese dei Pollock, Newman e De Kooning, Artias sceglierà di partire, letteralmente alla ricerca di Picasso. L’incontro col Malagueño avviene in Provenza, a Vallauris, dove Artias si stabilisce nel 1948, frequentando il laboratorio e la residenza del Maestro per i successivi cinque anni. Si tratta di, un’opportunità unica che rivoluzionerà totalmente la parabola artistica di Artias, per lo meno, nell’approccio alla pittura. «Eravamo circa una decina nella stanza quando mi presentarono al Maestro. Lui venne verso, di me e mi chiese che stessi facendo, che sperava di poter vedere quel che stavo, preparando. Avevo portato dei disegni con me, lui li esaminò ripetendo sempre lo stesso ‘Ah!, Va bene! Ah! Va bene!’. Questo non significava assolutamente nulla, perché - lo scoprii solo, frequentandolo - lui vedeva ciò che lui stesso avrebbe fatto, e non aveva niente a che vedere, con ciò che avevo fatto io. Ricordo che ad un certo punto, gli ho mostrato dei disegni che, erano parti di scrittura su una sinfonia di Beethoven. Erano assolutamente astratti, e si è, divertito molto. Ripeteva: ‘È interessante, è interessante’. Mi domandò: ‘Che cosa fa? Vende i, suoi dipinti?’. Poiché i miei dipinti erano praticamente inesistenti, gli risposi che no, non ne, vendevo. E lui: ‘Allora come vivete?’. E io di rimando: ‘Eh, con difficoltà’. Allora mi propose di, farmi entrare in una fabbrica di ceramiche: ‘Non vende i suoi disegni su carta, ma se fa gli, stessi disegni su un piatto, la gente li acquisterà’». E così fu. Prima in Francia e poi nel suo periodo marchigiano, in Italia, Philippe Artias, sperimenterà con grande trasporto - e notevoli riscontri commerciali - la pittura su ceramica. Troverà il vaso, il piatto, la brocca più adatti al proprio segno; non interverrà, dunque, sulla, forma esterna del supporto, concentrando viceversa tutta la sua espressività sul solo colore, appassionato e generoso, sulle forme irregolari del suo complesso mondo d'immagini. Anche, in ceramica procederà per cicli, così che il tema possa essere rappresentato per riflessioni, successive, per continui approfondimenti. Di conseguenza alcune serie sono strettamente, imparentate con la pittura più nota di Artias: La famiglia reale. I volti. I volti smerlati. I nudi. La, strada. «Si direbbe che l’autore ami delle antiche tecniche ceramiche il risultato folgorante, il, «Si direbbe che l’autore ami delle antiche tecniche ceramiche il risultato folgorante, il, prodotto del fuoco e degli smalti, la sorpresa dell'immagine che s'invera su supporti diversi, dalla tela e dal foglio. Davanti a queste opere (…) veloci nell'esecuzione, cariche di, abbondante colore, sorprende la vitalità inesausta del maestro che con il suo talento ha, attraversato gran parte del secolo, guardando alla storia della pittura senza rinunciare ad, esplorare, con ottimismo, il futuro. Nel suo messaggio, dato per tele e per fogli, ed ora con, ceramiche rigogliose, s'avverte un’adesione continua al valore della figura, al profondo, significato della presenza dell’uomo, con le sue malinconie, col suo dolore: la sua difficile, ma, non impossibile presenza nel mondo», non impossibile presenza nel mondo» (Mario Quesada). Il quinquennio a Valluris si trasformerà in una sorta di rampa di lancio artistica per Artias che, riprenderà il tema del paesaggio, poi del nudo ed infine del nudo-paesaggio permettendogli di, fondere il continuo divenire della natura con l’essere umano in movimento. Queste opere, saranno esposte in Svizzera e a Parigi. Ininterrottamente dal 1950 al 1973 l’opera di Artias è presente al Salon de Mai. Nel 1963 inizia i primi studi sulla Famiglia Reale di Goya, grande ciclo pittorico terminato negli, anni ’80 che comprende oltre 30 oli e 200 acquarelli preparatori. Nel 1964 vince il Gran Premio della pittura di Avignone presentando opere dedicate alla, Rivoluzione Francese e alla figura di Robespierre. Negli anni successivi espone a Stoccolma, Neuchatel e in numerose località del Giappone. Presenta inoltre una mostra itinerante in 14, città degli Stati Uniti (Serie New York), cui fanno seguito mostre a Basilea, Ginevra, Londra, Parigi, Los Angeles. Alla fine degli anni ’60 si avvicina allo studio della sensualità femminile che diverrà poi negli, anni a seguire lo studio dell’erotismo del corpo. Negli anni ’70 inizia ad utilizzare i colori piatti, tecnica pittorica che Artias chiamerà «La ricerca dell’equilibrio tra la forma e il colore». «La ricerca dell’equilibrio tra la forma e il colore», Dal 1976 trascorre lunghi periodi in Italia. La scoperta dell’architettura nonché dei grandi, pittori italiani del Quattrocento, lo portano a dipingere una serie di opere dedicate a Roma e, Venezia. Non solo le città attraggono il suo sguardo, ma anche il paesaggio e nascono così, Le Spiaggie e I Paesaggi. All’inizio degli anni ’80 intraprende un lungo ciclo dal titolo Geotema in cui realizza tutte le, combinazioni nate dalla geometria (ragione) sovrapposte al corpo nudo femminile, (emozione). I ’90 sono densi di riconoscimenti: Mostra al Carré des Arts di Parigi, Mostra al Palazzo dei, Diamanti di Ferrara, Mostra al Petit Palais di Ginevra, invito nel 1996 dell’Unesco a Parigi, insieme a 100 artisti scelti in tutto il mondo. Nel 1997 viene insignito della massima, onorificenza francese, la Legion d’Onore, questa volta per meriti artistici. Nel 2000, primo tra gli artisti contemporanei, espone in Cina al Museo Nazionale dell'Arte, Cinese di Pechino. La sua arte vive nei Musei del mondo; sue opere sono stabilmente, esposte a Parigi, Ginevra, Pechino, Dunkerque, San Paolo del Brasile, Ferrara, Neuchatel, Saint-Etienne, Città del Messico, Avignone, Abidjan, Teheran, Urbino

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